Radio Bocconi - THE MANHATTAN TRANSFER: GLI INTRAMONTABILI DEL SOUL A CAPPELLA

THE MANHATTAN TRANSFER: GLI INTRAMONTABILI DEL SOUL A CAPPELLA

ROOT | Blog | Visite: 1058

Nuovo anno, vecchie abitudini: torna il nostro imperdibile appuntamento con i concerti del Blue Note Milano. 
Apriamo il 2020 con uno spettacolo in grande stile che ci riporta indietro di un secolo, nei lontani “Roaring ‘20s”. Si tratta dell’intramontabile quartetto The Manhattan Transfer, pietra miliare della musica jazz internazionale, che prende appunto il suo nome dal romanzo “Manhattan Transfer” di John Dos Passos del 1925.

Non avremmo il web pieno di video di artisti che si esibiscono combinando le loro voci senza alcuna base (basti pensare ai Pentatonix) se la tradizione della musica a cappella non fosse stata tramandata e rafforzata da loro, i Manhattan Transfer. Nati nel 1969, raggiungono il successo internazionale nel 1975 con il loro primo album intitolato come la band. È proprio da questo album che estraggono il primo medley della serata: un insieme di voci che si intersecano perfettamente a formare un unico fascio sonoro, perfettamente accordate ma mai monotone.

Ricchi della tradizione delle band a cappella dei primi decenni del 900 ma forti di tutte le innovazioni stilistiche che la seconda metà di secolo porta con sé, i quattro vocalist sono in grado di reinterpretare la musica jazz e inventare un modo di esprimersi avanguardistico, in cui le voci sono strumenti e i testi delle canzoni sono funzionali alla melodia, fino quasi a toccare il non-sense (provate a interpretare il testo di Java Jive). Sembra a tratti di ascoltare un sassofono, altre volte una tromba, ma in realtà sul palco ci sono “solo” quattro cantanti sfrenati che riescono a produrre qualunque suono di qualunque strumento con la loro bocca.

Accompagnati da pianoforte, tastiera, basso, contrabbasso e batteria, Alan Paul, Janis Siegel, Cheryl Bentyne e Trist Curless danno tutti loro stessi in una performance senza tempo, che continua a conquistare il pubblico mondiale dagli anni 70. “Amiamo tornare in Italia. Avete senza ombra di dubbio il miglior cibo al mondo”, racconta Alan.

Lo show continua con Janis che racconta la storia del brano "Duke of Dubuque": “Parla di un ciarlatano, un ragazzo dell’Ohio che si finge di essere un membro della nobile famiglia dei Romanov per farsi dare soldi dalla gente”. La stessa Janis si esibisce poi in una originale riproduzione della canzone "A Tisket, A Tasket" di Ella Fitzgerald, mentre il resto del gruppo la supporta con vocalizzi e tenere coreografie da tipico quartetto a cappella.

I riflettori si spostano su Alan Paul, che propone il brano "Sometimes I do", estratto dall’ultimo album “The Junction”. Si nota il cambio di stile rispetto ai brani precedenti, con i toni attenuati in un’atmosfera soffusa. L’album è stato scritto in memoria di Tim Hauser, fondatore del gruppo, venuto a mancare nel 2014 in seguito ad un arresto cardiaco. È Trist Curless a sostituirlo nei panni di chi, negli anni ’90, avremmo definito il beat boxer del gruppo. Con una voce baritonale e un impeccabile senso ritmico, Trist diletta il pubblico del Blue Note con il brano “The man who sailed around his soul”. L’apice è raggiunto nel dialogo voce – batteria, in cui Trist e il batterista Ross Pederson si sfidano in una battaglia all’ultimo colpo – di crash.

L’ultima parte dello show assume sonorità latine, dai ritmi brasiliani alla salsa e al mambo. È Cheryl Bentyne che guida la scena, ed è a lei che alla fine del brano tutto il pubblico intona un affettuoso “Tanti auguri a te”, rigorosamente in italiano, per celebrare i 65 anni dell’artista compiuti proprio il 17 gennaio.

Lo show si conclude con il brano “Birdland”, il pezzo più celebre del gruppo, e un bis. Il pubblico, tanto divertito e deliziato dai quattro instancabili artisti americani, ha sperato fino alla fine in un secondo bis: al mio quinto appuntamento al Blue Note, è la prima volta che incontro un pubblico tanto insistente. Senza ombra di dubbio questo è la dimostrazione della superiorità artistica e dell’intramontabilità dei Manhattan Transfer, il quartetto evergreen che ha riscritto le regole della a cappella.

 

Raffaella Dimastrochicco

tags: