Sziget Festival - day 1

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La giornata di ieri è stata particolarmente intensa, quindi ho deciso di non limitarmi a commentare soltanto il concerto degli Alt-J.

Al Mastercard World Music Stage io ed Eugenia facciamo una piacevolissima scoperta. Senza avere alcuna pretesa, alle 18:15 andiamo a vedere il concerto di un gruppo ucraino chiamato Dakhabrahka. Sono in quattro: un uomo e tre donne, tutti vestiti con degli abiti tradizionali ucraini. Non appena iniziano la loro performance rimaniamo tutti ipnotizzati, sia per la loro energia sia per la loro musica molto particolare. E’ un tipo di musica che ha un background tradizionale molto marcato e, infatti, agli europei dell’est probabilmente fa lo stesso effetto che a noi fa la tarantella. Ma per gli europei occidentali è sicuramente un genere molto interessante. Le tre ragazze fanno un coro a tre voci e suonano diversi strumenti a seconda della canzone: violoncello, tamburi, tamburelli e così via. Il ragazzo suona principalmente strumenti a percussione, di diversi tipi. Il pubblico salta, balla e si lascia impossessare dalla musica chiudendo gli occhi e alzando le mani al cielo. E’una scena che ricorda molto il popolo di Zion in Matrix Reloaded che balla nelle caverne in attesa dell’arrivo delle sentinelle. Un concerto davvero epico. Se mai vi dovesse capitare l’opportunità di vederli live, fatelo. Hanno un’energia incredibile e credo sia abbastanza difficile/impossibile per un italiano o in genere per un europeo occidentale non apprezzarli.

Alle 21:30 è il turno degli Alt-J sul Main Stage che attaccano con una debole Hunger Of The Pine. Preciso che sono un grande fan degli Alt-J e, appunto, essendo un loro grande fan mi aspettavo molto molto di più. Nella folla cerco di ascoltarli e di osservarli e ho come l’impressione che il cantante Joe Newman non veda l’ora che il concerto finisca. Lo sento un po’ timido, impacciato e a disagio, e di fatti non ha detto una parola oltre a quelle dei testi delle loro canzoni. E’ il tastierista Gus Unger-Hamilton a salutare e a ringraziare il pubblico, a fare il portavoce del gruppo insomma. Osservando anche il pubblico penso, rimango un po’ perplesso e parlo con Eugenia. Giungiamo ad un’altra conclusione: crediamo che non sia il contesto giusto per apprezzare veramente gli Alt-J. Per dire, il contesto perfetto sarebbe quello del loro famoso concerto a Parigi (clicca sul link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=c8oF0r9DVc8 ), decisamente molto più intimo e ricercato. Allora mi rendo conto che a peggiorare la mia percezione del concerto c’è sicuramente il fatto che io sono proprio lì in mezzo alla folla urlante. Decido quindi di uscire dalla calca e di mettermi seduto da lontano ad ascoltare la loro musica mentre fumo una sigaretta. Lì, seduto, riesco ad apprezzare molto di più il concerto.
Sento la voce di Joe che dà l’incipit per Every Other Freckle e mi si illuminano gli occhi. Su questa canzone non sono per niente imparziale perché è una delle mie canzoni preferite in assoluto. Chiudo gli occhi, alzo la testa al cielo e me la godo dall’inizio alla fine con tanto di pelle d’oca. Questa è stata la migliore canzone del concerto, ma sì, c’è da tenere in conto che sono di parte.
Come avevo già immaginato, l’ultima canzone è Breezeblocks. Prima di iniziare a cantarla Gus ci ringrazia e ci saluta, mentre Joe mi sembra sollevato. Penserà “meno male che abbiamo finito”. Forse è solo una mia impressione, ma mi sembra che quest’ultima canzone l’abbia cantata meglio e con più energia.
Forse gli Alt-J non sono molto abituati ad esibirsi in festival così grandi, ma del resto è anche meglio che non si abituino. Rimango dell’idea che sia un gruppo da ascoltare in un ambiente piccolo e tranquillo.

Non appena finisce il concerto degli Alt-J andiamo al Colosseum dove alle 23:00 inizia a suonare il DJ brasiliano Gui Boratto. Re indiscusso della scena tech-house di São Paulo, Gui ci fa sentire delle very good vibes. Iniziando dalle note di Abaporu, il suono si evolve delicatamente e in un modo che sembra quasi spontaneo. L’unica cosa che bisogna fare ascoltando Gui Boratto è chiudere gli occhi e lasciare che la musica prenda il controllo dei tuoi arti. Io tenendo sempre gli occhi chiusi mostro un po’ di sano patriottismo per la mia parte brasiliana e sollevo la bandiera. Ordem e Progresso.

Mi sarebbe piaciuto parlarvi anche del concerto di Tyler The Creator, ma purtroppo per una serie di sfortunati eventi il mio DAY 1 è finito con il grande Gui Boratto. Ma nonostante tutto, il DAY 1 è stato un gran DAY.

 

Gianluca Petronio

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